Finis Terrae – Jean Epstein (1929)

febbraio 17, 2012 1 commento

Anticipando capolavori del calibro di La Terra Trema del nostro Visconti o Man of Aran di Flaherty, Jean Epstein, grande maestro dell’avanguardia francese, ci presenta la dura vita dei pescatori bretoni regalandoci un affresco della loro splendida cultura. Proprio dall’amore per questa terra nasce questo film, un documentario di un popolo che fino alla seconda guerra mondiale manteneva intatta la sua autenticità.

Quattro pescatori di alghe, si recano nella deserta isola di Bannec, vicino alla più celebre Ouessant. Entrambe le isole rientrano nel dipartimento del Finistère, dal latino Finis Terrae, fine della terra, che in bretone, Penn-Ar-Bed, acquisisce il significato di fine del mondo. In effetti un senso di isolamento  accompagna i nostri pescatori al lavoro nelle prime fasi della vicenda. La loro tranquilla solitudine viene improvvisamente rotta: il povero Ambroise, infatti, si ferisce accidentalmente ad un dito con una scheggia di vetro. Con il passare dei giorni la ferita si infetta e il ragazzo inizia a perdere le forze. Nel frattempo a Ouessant il guardiano del faro avverte il dottore dell’isola della strana assenza di attività a Bannec. Questi, spinto dalle insistenti richieste delle madri dei pescatori, decide di partire sfidando la tempesta. Intanto tra i pescatori il giovane Jean-Marie, decide di provare a salvare il suo amico mettendosi in mare nonostante il pericolo. A complicare il tutto arriva una fitta nebbia che non permette alle due imbarcazioni di vedere chiaramente l’orizzone. Riusciranno ad incontrarsi? O un fatale destino lascerà che si sfiorino soltanto?

Epstein ci regala tante piccole fotografie della nostra bretagna, Roch Avet una musica splendida ed evocativa. La parte migliore è sicuramente rappresentata dalla scena in cui la voce viene lasciata al vento ed alle onde, lasciando lo spettatore completamente immerso nella magia paesaggio locale. Gli attori, tutti veri isolani, contribuiscono meravigliosamente a rendere realistica l’ambientazione, dandoci tanti piccoli quadretti di vita quotidiana, tra tradizione (con i vestiti tipici) e religione (uno degli elementi cardine della Bretagna). Il film, sebbene non sia stato distribuito in dvd, è stato completamente restaurato e proposto più volte sui canali Arte (come potete vedere in questa scheda in cui per altro si riporta una splendida frase del regista). Sperando che questa mancanza venga presto colmata non mi resta che lasciarvi regalandovi una delle scene più evocative della pellicola, in cui le donne, preoccupate, aspettano con ansia il ritorno del dottore. Buona visione e buona Bretagna.

Il Pirata Nero (The Black Pirate) – Albert Parker (1926)

febbraio 4, 2012 1 commento

Mentre Roma è sommersa dalla neve, noi ci spostiamo in un luogo decisamente più caldo in compagnia di Douglas Fairbanks. Nel 1926 usciva nelle sale uno dei film più celebri dell’attore, prodotto dalla sua compagnia e affidato alla regia di Albert Parker (che abbiamo ricordato di recente per Sherlock Holmes). In un’ambietazione molto ben costruita, realizzata nell’isola di Santa Catalina, veniamo catapultati nel mondo dei pirati, dove Fairbanks può spiccare in tutta la sua atleticità.

Dopo aver perso il padre per mano dei pirati, un giovane (Douglas Fairbanks) decide infiltrarsi tra di loro per ottenere la sua vendetta. Per guadagnarsi la fiducia dei malviventi, il giovane, che si fa chiamare il Pirata Nero, conquista con le sue sole forze un’intera nave ed il suo equipaggio. All’interno di questa nave risiede però anche la bella principessa Isobel (Billie Dove) di cui il nostro eroe si innamora. Per evitare che le succeda qualcosa di brutto, il Pirata Nero guadagna tempo e cerca di farla fuggire con la complicità del suo secondo MacTavish (il grande Donald Crisp). Viene però scoperto dal suo terribile luogotenente (Sam De Grasse) che lo cattura e lo condanna a  gettarsi in mare, completamente legato, dall’asse come nella più tipica delle pene piratesche. Tutto sembra perduto, ma il nostro eroe ha ancora un asso nella manica. Il finale ci regala anche un piccolo colpo di scena…

Fairbanks, autore sotto lo pseudonomo di Thomas Elton della sceneggiatura assieme a Jack Cunningham, disegna un film spumeggiante, dai ritmi rapidi e caratterizzato da un buon bilanciamento tra ironia e crudeltà. Non c’è dubbio che il personaggio del Pirata Nero sia il più adatto ad esaltare le caratteristiche fisiche ed atletiche dell’attore, oltre ad accentuarne la sua indole di cavaliere. L’atmosfera piratesca, per quanto caricaturale, è resa alla perfezione e contribuisce a rendere più gradevole l’ambientazione.

La pellicola stupisce grazie all’utilizzo del sistema Technicolor Process 2, sostanzialmente bicromatico, che ci regala un effetto colorato molto evocativo. Il film era stato distribuito anche in versione in bianco e nero, ma probabilmente fu proprio grazie alla sua versione colorizzata che The Black Pirate riuscì a rimanere nelle sale molto a lungo (alcuni sostengono addirittura fino al 1928, ovvero due anni dopo la sua uscita nelle sale). Le reazioni della stampa e del pubblico furono entusiastiche e questo ripagò Fairbanks del grande dispendio di denaro. Il risultato in effetti è una pellicola più che piacevole, quasi un prototipo delle pellicole di avventura (piratesche ma non solo) che fioccheranno con l’avvento del sonoro. Il pirata nero è attualmente di facilissima reperibilità e disponibile in molteplici edizioni.

Cuorisità: per ulteriori informazioni vi invito a consultare questa bella pagina in inglese tratta dal sito “silentsaregolden”.

Futurismo (L’Inhumaine) – Marcel l’Herbier (1924)

gennaio 19, 2012 2 commenti

Circolato in Italia con il nome di “Futurismo”, l’inhumaine è sicuramente un film dalla forte componente astratta, particolarità che traspare dalle riprese e dalla strana architettura degli edifici. Per questo film il regista riuscì a scritturare la nota cantante lirica Georgette Leblanc, celebre per le sue relazioni con grandi artisti dell’epoca e per la sua ecletticità. La Leblanc si cala alla perfezione nel ruolo di Claire Lescot, cantante lirica nota per la sua insensibilità di fronte ai suoi spasimanti, tanto da essere chiamata “disumana” (l’Inhumaine appunto).

Il giovane inventore Einar Norsen (Jaque Catelain), è perdutamente innamorato della cantante Claire Lescot (Georgette Leblanc), che puntualmente lo rifiuta. Esasperato dall’impossibilità di coronare il suo amore, il ragazzo tenta il suicidio. Alla vista del corpo di Einar, Claire si scioglie rivelando così il proprio amore. Solo allora il giovane compare improvvisamente rivelando di aver ordito un inganno nella speranza di far uscire allo scoperto i sentimenti della cantante. Ma Einar non è l’unico ad amare Claire. Il Maharajah del Nopur (Philippe Hériat), accecato dalla gelosia, decide di uccidere la donna per non permettere a nessun altro di averla. Per Einar inizierà una corsa contro il tempo per riportare in vita la sua amata grazie alla sua scienza…

L’Herbier si conferma il regista più vicino al mio gusto personale dando dimostrazione, ancora una volta, della sua grande ecletticità. In questa occasione veniamo sopraffatti dall’aspetto avanguardistico, condito da un interesse artistico per le sceneggiature, che ricordano da vicino quadri espressionisti ed astrattisti (in particolare la casa di Einar). Non mancano stoccate, più o meno pungenti, alla borghesia dell’epoca e ai suoi eccessi. I personaggi principali recitano perfettamente i loro ruoli, giocando molto sui movimenti del corpo e sulle espressioni. Si notano alcuni giochi di ombre molto interessanti oltre che delle scene d’antologia; in particolare mi riferisco alle sezioni in cui Einar utilizza la macchina, dove il paesaggio si deforma, attraverso una sovrapposizione di immagini o uno split screen, regalandoci il punto di vista dell’automobile stessa. La partitura originale di Darius Milhaud è purtroppo andata perduta.

Nonostante tutti questi elementi positivi, L’Inhumaine soffre l’eccessiva lentezza nello svolgimento della vicenda, probabilmente proprio per la grande cura nei dettagli che il regista dimostra di seguire. Per gli amanti del regista è sicuramente un film da vedere, mentre è poco consigliabile ad un pubblico meno esperto o appassionato. Ancora oggi l’inhumaine risulta di difficile reperibilità.

Sherlock Holmes – Albert Parker (1922)

gennaio 3, 2012 1 commento

Restiamo al 221B di Baker Street per avventurarci nella più celebre pellicola muta dedicata a Sherlock Holmes. La Goldwyn Pictures Corporation decise di affidare il progetto ad Albert Parker (che ricordiamo anche per “Il Pirata Nero” con Fairbanks), e gli permise di ottenere un cast di eccezione. Per il ruolo di Sherlock Holmes venne scelto John Barrymore, per quello di Watson, invece, Roland Young, apprezzato attore teatrale in una delle sue prime apparizioni sul grande schermo. Ma il personaggio che ebbe maggior successo fu forse quello di Moriarty, celebre antagonista di Sherlock Holmes, interpretato magistralmente da Gustav von Seyffertitz. La storia è tratta da un’opera di William Gillette, attore e sceneggiatore teatrale, ispirandosi, ovviamente, a Conan Doyle.

Nella londra messa in scacco dagli scagnozzi di Moriarty (Gustav von Seyffertitz), il Principe Alexis (Reginald Denny) viene accusato di un furto che non ha commesso. Il Dr. Watson (Roland Young) chiama un giovane Sherlock Holmes (John Barrymore) ad investigare. Il Principe viene scagionato da ogni accusa ma è costretto a partire per la morte dei suoi due fratelli eredi al trono. Lascia a Londra la sua promessa sposa Rose (Peggy Bayfield) che si suicida per la disperazione.
Gli anni passano e Sherlock Holmes è diventato un celebre detective ossessionato dall’idea di catturare Moriarty per porre fine alle sue angherie. Il Principe Alexis si rivolge nuovamente a lui con la richiesta di recuperare delle lettere compromettenti che la sorella di Rose, Alice (Carol Dempster, protetta e all’epoca compagna di D. W. Griffith), di cui per altro Holmes era innamorato, minaccia di rendere pubbliche. Inizialmente Sherlock Holmes rifiuta di rendere questo servizio al Principe, ma quando scopre che anche Moriarty cerca quelle lettere decide di accettare. Avrà così inizio una nuova indagine che vedrà il Detective disposto a tutto pur di catturare il proprio nemico.

Quello descritto in questo film è uno Sherlock Holmes un po’ atipico. L’attenzione, più che sulle capacità deduttive, è catalizzata sull’azione, cosa che viene subito chiarita quando Holmes sostiene che sarebbe troppo lungo spiegare come ha fatto a dedurre una determinata cosa. John Barrymore, sebbene risulti fisicamente adatto ad interpretare il ruolo, viene in qualche modo superato dalla bravura di Von Seyffertitz. Il Detective in questo racconto risulta molto sensibile al fascino femminile, debolezza che lo rende vulnerabile agli agguati dei nemici. Nel complesso, comunque, Sherlock Holmes risulta un’avventura piacevole che, grazie all’uso intensivo di didascalie, riesce a mantenere alta l’attenzione e caratterizzare molto bene i personaggi. Bisogna ricordare che ciò che vediamo oggi differisce in qualche modo da quello che venne proiettato nel 1922. Sebbene ritenuto a lungo perduto, una copia del film venne ritrovata negli anni ’70 da un rappresentante della George Eastman House. Dopo anni di lavoro, inizialmente supportati dall’aiuto del regista Albert Parker che era, straordinariamente, ancora in vita ai tempi del ritrovamento, il film vide una sua prima riedizione proprio in quegli anni. La versione che possiamo vedere oggi deriva da un nuovo restauro effettuato nel con l’aggiunta di ulteriori scene. Nonostante questa ulteriore aggiunta la pellicola risulta ancora mutila. In Italia il film è edito dalla Dcult e disponibile, come sempre, ad un prezzo molto vantaggioso.

Curiosità: Il celebre attore William Powell iniziò la sua carriera con questo film. In rete (come sulla copertina di Dcult) si trova un’immagine molto particolare perché non presente nelle sezioni del film che ci sono rimaste (cliccate qui per vederla). Sebbene l’abbigliamento sia molto alla Sherlock Holmes, all’interno delle sezioni di film ritrovate Barrymore indossa quelle vesti solo in un frangente (dove per altro Powell non appare). Probabilmente si tratta di una foto fatta sul set di una scena perduta o tagliata e di cui mi piacerebbe sapere di più.

Curiosità: Il personaggio interpretato da Gustav von Seyffertitz ebbe così tanto successo che in Gran Bretagna il film venne distribuito come Moriarty.

Per maggiori informazioni…vi consiglio di guardare questa bella pagina (nonostante la cattiva scelta dei colori), dedicata al film. Il testo è inglese ma facilmente comprensibile.

I Faggi Rossi (The Copper Beeches) – Adrien Caillard (1912)

dicembre 31, 2011 2 commenti

Vista la celebrità che, grazie ai nuovi adattamenti, sta riscoprendo Sherlock Holmes mi sembra giusto dedicare un po’ di spazio a questo eroe di cui ho letto praticamente tutte le avventure. Diverse volte mi è capitato di veder eletto il noto film del 1922 di Albert Parker con John Berrymore e Roland Young nei ruoli di Holmes e del Dr. Watson (di cui per altro parlerò prossimamente) come primo adattamento delle storie del celebre Detective di Baker Street. Come avrete intuito siamo molto lontani dalla verità. La primissima comparsa del nome di Sherlock Holmes in un film muto risale ad un corto di appena trenta secondi datato 1900-1903, chiamato Sherlock Holmes Baffled di Arthur Marvin, in cui il nome del detective viene inserito solo per la sua celebrita mentre i veri protagonisti risultano gli effetti speciali, in particolare lo “stop trick“. Nel giro di pochi anni si moltiplicarono in tutto il mondo le pellicole dedicate all’astuto investigatore, con esempi che svariano dall’Italia fino alla Danimarca, ma di cui conosciamo, per la maggiorparte dei casi, solamente il nome o il cast. Bisogna aspettare il 1912 per avere la prima trasposizione autorizzata delle avventure di Sherlock Holmes, il tutto ovviamente sotto la supervisione di Conan Doyle in persona. La Eclair riuscì infatti a strappare, dopo un primo “Les aventures de Sherlock Holmes” di Victorin Jasset (1911), un accordo con il padre del detective per produrre una serie in coproduzione con la Gran Bretagna. Ne uscirono questi otto episodi con Georges Tréville nel ruolo di Sherlock Holmes:

1. The Speckled Band (La banda maculata)
2. The Silver Blaze (Barbaglio d’argento)
3. The Beryl Coronet (Il diadema di berilli)
4. The Musgrave Ritual (Il rituale dei Musgrave)
5. The Reigate Squires (L’enigma di Reigate)
6. The Stolen Papers (I documenti rubati)
7. The Mystery of Boscombe Valey (Il mistero di Boscombe Valley)
8. The Copper Beeches (I faggi rossi)

Solo l’ottava e ultima avventura è riuscita a sopravvivere e risulta sicuramente utile per capire la portata di questo progetto.
The Copper Beeches, avventura presente nella celebre raccolta “le avventure di Sherlock Holmes“, viene presentata al pubblico del cinema muto ripulita e depurata pur mantenendo al suo interno gli elementi cardine della vicenda stessa. La depurazione prevede la sostanziale eliminazione anche di un personaggio insostituibile come il Dr. Watson, fatto che appare quanto mai strano considerando la supervisione dello stesso Conan Doyle.

Mr. Rucastle scopre che sua figlia ha intenzione di scappare di casa con il suo fidanzato. Per evitarlo la rinchiude in una stanza segreta. Poco dopo ingaggia Violet Hunter come badante. Questa si rivolge a Sherlock Holmes (Georges Tréville) quando riceve la strana richiesta di tagliarsi i capelli in cambio di un aumento di stipendio. Sotto la spinta dell’investigatore accetta di tagliare la sua chioma, mentre questi inizia la sua indagine. Sherlock Holmes, userà tutto il suo intuito per risolvere anche questo caso…

Nonostante la netta modifica dello svolgimento i temi cari all’autore, come quello della conservazione dell’apparenza da parte di una famiglia altolocata in una situazione che di normale non ha assolutamente niente, vengono sostanzialmente rispettati. Anche il finale risulta sostanzialmente modificato rispetto al racconto pur se ne viene mantenuto il senso di fondo. Nel complesso mi sento di bocciare questa pellicola. A causa della sostanziale mancanza di didascalie, infatti, le celebri deduzioni del detective non possono essere seguite, e la scelta di ricorrere alla gestualità risulta poco convicente. L’assenza di questo elemento tanto essenziale per gli amanti di Holmes contribuisce ad abbassare notevolmente il valore di questa trasposizione. Nel complesso possiamo dire che Georges Tréville si dimostra comunque un discreto Sherlock Holmes.

Questa avventura è stata pubblicata nel DVD ”The Adventures of Sherlock Holmes (1912-1921)” assieme a tre episodi tratti dalla serie del 1921 prodotta dalla Stoll Pictures Produtions con regia di Maurice Elvey, con Eille Norwood nel ruolo di Sherlock Holmes e Hurbert Willis in quella di Watson. Anche qui risultano purtropo perduti numerosi capitoli. Davvero un peccato visto che Conan Doyle sembrò mostare una certa predilezione per lo Sherlock Holmes di Norwood.

Dalla mangiatoia alla croce (From the Manger to the Cross) – Sidney Olcott (1912)

dicembre 28, 2011 Lascia un commento

Con il Natale torniamo a parlare degli O’Kalem, ma in una veste diversa. Sempre decisi a realizzare film girati nell’ambiente in cui le vicende si svolgevano, la compagnia americana finanziò un incredibile viaggio in medio oriente che diede vita al primo lungometraggio sulla vita di Gesù: From the Manger to the Cross. Come suggerisce il titolo, il film racconta la vita del nazareno attraverso alcune scene significative estrapolate dai Vangeli. Le riprese esterne vennero girate a Betlemme, a Gerusalemme, in Egitto (con tanto di piramidi e Sfinge) e in Siria, il tutto per dare maggiore realismo alle vicende raccontate. Inutile dire che il costo fu molto elevato, cosa che accentuò gli screzi tra la produzione e la troupe. Per questo ed altri motivi, la Kalem Company decise di distribuire il film senza mettere i nomi degli attori dai titoli di testa, cosa senz’altro inusuale vista anche la grande fama che Olcott e i suoi attori avevano acquisito. Malgrado questo la pellicola riscosse un ampio successo, grazie all’utilizzo di effetti speciali e la magnificenza delle riprese. Tra gli attori spiccano Robert Henderson-Bland (nel ruolo di Gesù da adulto), l’immancabile Gene Gauntier (la vergine Maria), Alice Hollister (Maria Maddalena), Robert G. Vignola (Giuda Iscariota) nonchè Jack J. Clark (Giovanni Battista).

Presentato per la prima volta nel 1912 a Londra, “dalla mangiatoia alla croce” venne poi acquistato dalla Vitagraph assieme a tutta la Kalem Company subendo un’opera di restauro con l’aggiunta di intertitoli tratti dai vangeli. Questa versione, recentemente restaurata, è quella che possiamo vedere ancora oggi grazie all’edizione della Image Entertainment. Nonostante il grande contributo che questo film ha dato al cinema mondiale, tanto da essere inserito nel National Film Registry della Library of Congress, il film risulta nel complesso lento e poco fruibile per un pubblico moderno ma presenta al suo interno degli elementi decisamente interessanti. Ricordiamo che il tutto era girato nel 1912 con i limiti dati dall’utilizzo della telecamera fissa uniti al fatto di dover girare in un’area aperta in condizioni non ottimali.

Curiosità: Le tensioni accumulate nel corso dell’esecuzione di questo film culmineranno poi con le dimissioni di Sidney Olcott dalla Kalem Company. Nel giro di pochi anni la compagnia sarà costretta a ritirarsi dagli affari venendo acquisita dalla Vitagraph.
From The Manger to the Cross” ispirerà numerose altre pellicole tra cui possiamo ricordare “Intolerance” di D.W. Griffith (1916) e “The King of Kings” di Cecil B. DeMille (1927).

Febbre (Fièvre) – Louis Delluc (1921)

dicembre 18, 2011 2 commenti

Con Fièvre Louis Delluc ci presenta un affresco breve ma intenso. Pur essendo andate perdute le didascalie, la vicenda risulta di facile comprensione in tutta la sua drammaticità.

Siamo a Marsiglia in una piccola taverna sul porto gestito da Topinelli (Gaston Modot) e sua moglie Sarah (Ève Francis). Insieme ad un gruppo di marinai di ritorno dall’oriente, spunta però Militis (Edmond Van Daële), vecchia fiamma di Sarah. Con suo grande dispiacere l’uomo si è nel frattempo sposato con una donna orientale (Elena Sagrary) che lo ha vegliato quando era gravemente malato. Nel giro di pochi istanti scoppia una rissa furiosa che porta inevitabilmente ad un finale tragico.

Il film doveva inizialmente chiamarsi La boue (la boa), ma la censura non approvò il titolo e ne permise l’uscita solo dopo qualche taglio e il cambio del nome. Le vicende sono intrise di un grande simbolismo, specialmente nella seconda parte. Il finale drammatico ben si inserisce all’interno del cinema di Delluc, regista molto promettente che morirà nel 1924 all’età di 34 anni. Tra gli attori spicca Ève Francis, moglie di Delluc, che riesce ad interpretare perfettamente il ruolo di Sarah, barista che pagherà a caro prezzo il proprio amore. Ugualmente bravo Modot (attore dalla filmografia impressionante) nell’impersonare l’antipatico gestore della taverna. Molto interessanti risultano le scene in cui si alternano azioni che si svolgono contemporaneamente (all’inizio del film) o epidosid avvenuti nel passato con quelli presenti. Fièvre è un film piacevole con numerosi spunti interessanti. La breve durata contribuisce ulteriormente a rendere godibile il tutto. Il film non risulta purtroppo edito in dvd.

Curiosità: Ève Francis, oltre ad avere recitato in quasi tutte le opere del marito, è nota anche per la sua attività al fianco di Marcel L’Herbier sia come attrice che come aiuto regista.

The Artist – Michel Hazanavicius (2011)

dicembre 11, 2011 3 commenti

Per fare un film muto nel 2011 ci vuole una certa dose di coraggio, ma questa volta il risultato è  stato davvero strabiliate. Michel Hazanavicius ha dimostrato di non saper incassare un rifiuto e dopo più di sei anni, grazie ad una buona dose di insistenza, è riuscito a trovare qualcuno che producesse la sua folle idea. Per il cast si è rivolto alla moglie Bérénice Bejo ed al bravissimo Jean Dujardin, con i quali aveva già avuto modo di lavorare in passato, arricchendo la coppia con il cagnolino Uggy, reso docile dalle salsicce che Dujardin nascondeva nelle tasche. Grazie anche alla collaborazione di attore di fama internazionale il regista ha dato vita ad uno splendido muto dal sapore antico, ma con il ritmo moderno e, per questo, godibilissimo.

Siamo nel 1927 ad Hollywood e George Valentin (Jean Dujardin), stella del cinema muto, vive il suo periodo di massimo splendore. Ma nel giro di pochi anni la situazione cambia: con l’avvento del cinema sonoro l’attore deve cedere il passo a nuove stelle, tra cui la bella Peppy Miller (Bérénice Bejo) che proprio lui aveva aiutato a diventare famosa. Valentin perde presto tutto quello che aveva, dalla moglie Doris (Penelope Ann Miller), all’appoggio del produttore Al Zimmer (John Goodman) fino ai servizi del suo braccio destro Clifton (James Cromwell). Tutto sembra perduto, ma forse c’è ancora una speranza per un mito del passato…

Grazie ad una recitazione incredibile da parte di Jean Dujardin ed una splendida colonna sonora di Ludovic Bource il film stupisce piacevolmente. Le vicende riguardanti la decadenza delle stelle del muto non sono certo nuove sul grande schermo (basti pensare a “Ballando sotto la pioggia” o “Viale del tramonto“), ma l’idea di raccontarle attraverso una pellicola muta è sicuramente un’idea geniale. Dujardin spicca certamente in positivo grazie alla sua incredibile versatilità tanto da meritare il riconoscimento come miglior attore al Festival di Cannes. Mesi di studio hanno reso George Valentin una summa degli attori del muto, tra cui sembra forse spiccare Douglas Fairbanks. Ma Dujardin non è il solo a brillare, anche la Bejo svolge alla perfezione il proprio ruolo, calandosi nei panni di quegli attori che hanno saputo cavalcare egregiamente l’onda del sonoro. Una menzione speciale va poi a Goodman, l’eterno Cromwell e al simpaticissimo cane Uggy, che sembra quasi strappare la scena al suo padrone. Ma non c’è solo il silenzio in uesto splendido film: un paio di scene sono infatti “sonore”, e tra esse spicca per genialità e bellezza quella del sogno di Valentin, dove tutto ha un suono tranne la voce dell’attore stesso, quasi a predire la sua prossima decadenza. “The Artist” colpisce per la capacità di catapultare lo spettatore nel passato, attraverso un filtro moderno che rende le vicende incantate. Michel Hazanavicius ha certamente fatto centro e, con mio grande stupore, tutti coloro che hanno visto il film  sono usciti dalla sala soddisfatti, nonostante i comprensibili timori iniziali. La speranza è che, grazie al passaparola, il film possa avere il successo che merita e dare nuovo lustro al cinema muto. Non mi resta che consigliarvi caldamente di vedere “The Artist” quanto prima.

Curiosità: Dujardin è noto in Francia per la sua interpretazione in “Un gars, une fille”, da cui è stato poi tratto il nostro “love bugs”. L’attore si è poi sposato con Alexandra Lamy, che interpretava sua moglie nella serie.
Per altre curiosità sul film vi rimando all’intervista al regista

His Mother – Sidney Olcott (1912)

dicembre 2, 2011 Lascia un commento

Abbiamo già avuto modo di parlare degli O’Kalem in uno degli interventi precedenti. Nella giornata di ieri, giovedì primo Dicembre, il documentario Blazing The Trail ha aperto l’annuale rassegna dell’Irish Film Festa. Al termine dell’interessantissimo documentario è stato trasmesso il breve corto “His Mother” di Sidney Olcott.

Il film narra l’ascesa di Terence (Jack J. Clark), talentuoso violinista irlandese che salpa, grazie all’enorme sacrificio della madre (Anna Clark) alla volta dell’America in cerca di fortuna. Qui troverà l’amore (Gene Gauntier) e il successo, dimenticando però della povera madre. Il finale è a lieto fine…

La visione del documentario di certo aiuta nell’inquadrare questo bel corto, che porta al suo interno più messaggi e segreti di quanto si possa immaginare. Gli O’Kalem erano celebri per girare non in studio costruendo le sceneggiature, ma negli esterni, arrivando a compiere anche lunghissimi viaggi, tra cui i numerosi effettuati nelle terre irlandesi. Sidney Olcott prese subito a cuore la situazione dell’Irlanda, oppressa dalla fame e dall’occupazione inglese e costretta ad emigrare. I primi film furono quindi un vero e proprio inno al sogno americano, in cui gli immigrati potevano ben riconoscersi. Pian piano la sensibilità del regista passò su un piano maggiormente politico, creando contrasti con le autorità inglesi. Il nostro His Mother si colloca comunque tra i film della prima tipologia, anzi arriva a delineare una fase di integrazione degli immigrati all’interno della società americana. Grazie al documentario ho avuto modo di notare un particolare che forse non avrei avuto modo di vedere in un primo momento: tutte le scene di interno erano effettuate, a causa della mancanza di elettricità, all’interno di finte case con tre pareti e senza tetto. Nel corso del film, quindi, il vento irlandese soffia, con un effetto molto divertente, muovendo più o meno violentemente le tovaglie, le tende e tutto il resto della scenografia. Questo ed altri film della compagnia sono inseriti all’interno del DVD “The O’Kalem Collection: 1910-1915“, acquistabile sul sito dell’Irish Film Istitute.
Non mi resta ora che lasciarvi al corto, ripromettendomi di tornare presto a parlare della Kalem e delle sue avventure irlandesi.

A Modern Musketeer – Allan Dwan (1917)

novembre 24, 2011 Lascia un commento

Prima ancora dei Tre Moschettieri e de la Maschera di Ferro, il nostro Douglas Fairbanks aveva già impersonato il personaggio di D’Artagnan nello stavagante A Modern Musketeer, per altro diretto dallo stesso Allan Dwan che, nel ’29, aveva diretto The Iron Mask. Prendendo le mosse dal “D’Artagnan of Kansas” di Eugene Percy Lyle, il regista ci regala una bella storia con un Fairbanks decisamente in forma, sempre pronto a compiere qualche prodezza.

Ned Thacker (Douglas Fairbanks) nasce dopo una gestazione in cui la madre (Edythe Chapman) non ha fatto altro che leggere le avventure dei Tre Moschettieri, durante un ciclone potentissimo. La somma di questi avvenimenti rende il giovane Ned un vero e proprio D’Artagnan del Kansas, sempre pronto a difendere i deboli in difficoltà, specie se giovani fanciulle. Partito in cerca di avventura, il ragazzo incontra la bella Elsie (Marjorie Daw), la cui madre vorrebbe vederla sposata con il ricco Forrest Vandeteer (Eugene Ormonde). Come se non bastasse il perfido indiano Chin-de-dah (Frank Campeau) si è messo in testa di sposare una donna bianca e rapisce Elsie. Grazie all’aiuto del ricercato James Brown (Tully Marshall), Ned cercherà di risolvere l’intricata vicenda…

Il film, a lungo ritenuto irrimediabilmente mutilo, è stato restuarato dal Danish Film Institute e dalla Lobster Films alla luce del ritrovamento delle parti mancanti. Fairbanks ci regala una bella interpretazione, scanzonata e divertente che ben prepara alla rappresentazione del Guascone del ’21. Vedere l’attore nuovamente nei panni degli eroi, anche se per pochi minuti, è quasi commovente. Per il resto la storia sembra fare il verso a diverse tipologie di film: sentimentale, western e di avventura. Bisogna dire che il risultato è veramente riuscito ed alcune scene regalano più che un sorriso, come quando Ned si trova la strada bloccata da un mulo e chiede candidamente alla sua amata “Do you speak mule?“. Insomma una piccola chicca da vedere, qualora se ne avesse la possibilità, quantomeno per vedere il nostro Fairbanks all’opera nei panni che l’hanno reso ancora più celebre. Il film è disponibile in DVD in un cofanetto chiamato appunto “Douglas Fairbanks: A Modern Musketeer” oppure, ad un prezzo decisamente più accessibile, nel cofanetto “The Actors: Rare Films Of Douglas Fairbanks Sr. Vol.4“. Purtroppo non sembra esserci al momento una edizione italiana.

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